92) Jonas. L'etica della responsabilit.
Jonas contrappone il principio di responsabilit sia al
principio speranza (confronta le letture 39-42 del Quaderno
terzo/1, dedicate a E. Bloch), sia al principio paura, anche se
il filosofo specifica che aver paura oggi  necessario. Lo scopo
finale   quello di tutelare l'integrit dell'uomo.
H. Jonas, Il principio di responsabilit (vedi manuale pagine 444-
445).
Al principio speranza contrapponiamo il principio responsabilit e
non il principio paura. Ma la paura, ancorch caduta in un certo
discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilit
altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo in questa sede
perorarne ancora la causa, poich la paura  oggi pi necessaria
che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel
buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con
sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici.
a) Paura, speranza e responsabilit.
La speranza  una condizione di ogni agire, poich questo
presuppone di poter conseguire qualcosa facendo affidamento sulla
possibilit di ottenerlo in quel caso determinato. Per chi sa il
fatto suo (e anche per chi  favorito dalla fortuna), potr
trattarsi non solo di speranza, ma anche di sicurezza di s. In
considerazione di tutto ci di cui l'agire si fa carico si potr
solo sperare che gi il risultato immediato, e a maggior ragione i
suoi effetti ulteriori nell'imprevedibile fluire delle cose,
saranno davvero quelli auspicati. L'individuo consapevole dovr
ogni volta porsi nell'ottica di poter desiderare in seguito (col
senno di poi) di non aver agito o di aver agito diversamente. La
paura non si riferisce a questa incertezza, oppure vi fa
riferimento solo in quanto circostanza concomitante. Non
permettere che la paura distolga dall'agire, ma piuttosto sentirsi
responsabili in anticipo per l'ignoto costituisce, davanti
all'incertezza finale della speranza, proprio una condizione della
responsabilit dell'agire: appunto quel che si definisce il
coraggio della responsabilit.
Quando parliamo della paura che per natura fa parte della
responsabilit, non intendiamo la paura che dissuade dall'azione,
ma quella che esorta a compierla; intendiamo la paura per
l'oggetto della responsabilit. A proposito di quest'ultimo,
abbiamo gi dimostrato (nel capitolo 4) che  sostanzialmente
vulnerabile e che c' quindi da temere per esso. In quel capitolo
abbiamo analizzato diffusamente quel che nel caso determinato
induce qualcuno ad appropriarsi di tale paura trasformandola nel
dovere di agire. La responsabilit  la cura per un altro essere
quando venga riconosciuta come dovere, diventando apprensione
nel caso in cui venga minacciata la vulnerabilit di quell'essere.
Ma la paura  gi racchiusa potenzialmente nella questione
originaria da cui ci si pu immaginare scaturisca ogni
responsabilit attiva: che cosa capiter a quell'essere, se io non
mi prendo cura di lui? Quanto pi oscura risulta la risposta,
tanto pi nitidamente delineata  la responsabilit. Quanto pi
lontano nel futuro, quanto pi distante dalle proprie gioie e dai
propri dolori, quanto meno familiare  nel suo manifestarsi ci
che va temuto, tanto pi la chiarezza dell'immaginazione e la
sensibilit emotiva debbono essere mobilitate a quello scopo.
Diventa necessario il `fiuto' di un' euristica della paura che non
si limiti a scoprire e a raffigurare il nuovo oggetto, ma renda
noto a se stesso il particolare interesse etico che ne risulta
evocato (senza che lo fosse mai stato prima d'ora). Gi la teoria
etica ha bisogno dell'idea del male come di quella del bene, tanto
pi poi se quest'ultimo ha perso evidenza al nostro sguardo e deve
ritrovare il suo profilo mediante l'anticipazione di un nuovo male
incombente. In una situazione quale ci sembra essere l'attuale, lo
sforzo consapevole di alimentare una paura altruistica - in cui,
insieme al male, si manifesti anche il bene che deve essere
salvaguardato, insieme alla sventura, anche la salvezza che non va
sovraccaricata di illusioni -, anzi quella stessa paura diventer
il primo dovere preliminare di un'etica della responsabilit
storica. Ci si dovr guardar bene dall'affidare il nostro destino
a chi non ritiene abbastanza decorosa per la condizione umana
questa fonte dell'etica della responsabilit, la paura e la
trepidazione - che naturalmente non  mai l'unica fonte, ma
talvolta del tutto ragionevolmente quella dominante. Dal canto
nostro noi non temiamo il rimprovero di pusillanimit e di
negativit quando dichiariamo in tal modo la paura un dovere, che
pu essere naturalmente tale soltanto con la speranza (della
prevenzione): la paura fondata, non la titubanza, forse
addirittura l'angoscia, ma mai lo sgomento e in nessun caso il
timore o la paura per se stessi. Sarebbe invece effettivamente
pusillanimit evitare la paura ove essa sia necessaria.
b) Per tutelare l'integrit dell'uomo.
Si dovranno apprendere nuovamente il rispetto e l'orrore per
tutelarci dagli sbandamenti del nostro potere (ad esempio dagli
esperimenti sulla natura umana). Il paradosso della nostra
situazione consiste nella necessit di recuperare dall'orrore il
rispetto perduto, dalla previsione del negativo il positivo: il
rispetto per ci che l'uomo era ed , dall'orrore dinanzi a ci
che egli potrebbe diventare, dinanzi a quella possibilit che ci
si svela inesorabile non appena cerchiamo di prevedere il futuro.
Soltanto il rispetto, rivelandoci qualcosa di sacro, cio
d'inviolabile in qualsiasi circostanza (il che risulta percepibile
persino senza religione positiva), ci preserver anche dal
profanare il presente in vista del futuro, dal voler comprare
quest'ultimo al prezzo del primo. La speranza, altrettanto poco
quanto la paura, pu indurci a rinviare a una fase ulteriore il
fine autentico - la crescita dell'uomo in un'umanit non
atrofizzata -, compromettendo nel frattempo tale fine con dei
mezzi che non rispettano l'uomo della propria epoca. Un'eredit
degradata coinvolgerebbe nel degrado anche gli eredi. La tutela
dell'eredit nella pretesa di integrit dell'uomo e quindi, in
senso negativo, anche la salvaguardia dal degrado, deve essere
l'impegno di ogni momento: non concedersi nessuna pausa in
quest'opera di tutela costituisce la migliore garanzia della
stabilit, essendo, se non l'assicurazione, certo il presupposto
anche dell'integrit futura dell'identit umana. La sua integrit
non  altro che l'apertura verso quella sempre smisurata pretesa -
che induce all'umilt -, rivolta al suo portatore strutturalmente
inadeguato. Conservare intatta quell'eredit attraverso i pericoli
dei tempi, anzi, contro l'agire stesso dell'uomo, non  un fine
utopico, ma il fine, non poi cos modesto, della responsabilit
per il futuro dell'uomo.
H. Jonas, Il principio di responsabilit, Einaudi, Torino, 1990,
pagine 284-287.
